flâneur

Flânerie napoletana

mercoledì, luglio 08, 2015



(contributo di S.M.)

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Italo Calvino, Le città invisibili



Una cartolina da Napoli, in un blog che ha come fil rouge un ideale di vita risultante da un'alchimia di piacere sospesa nello spazio e nel tempo, potrebbe sembrare una curiosa disarmonia: dici Napoli e già si mette in moto l'inevitabile clichè iconografico, i luoghi comuni della mente fatti di assolati azzuri marini, Vesuvio fumante e pino frondoso nell'inquadratura, Pulcinella mangiamaccheroni e teatranti della vita, ibridi di stili architettonici prodotti dal caos dei millenni; il Sud da immagine pittorica trasmessoci dai Romantici che si estasiavano della selvaggia natura, delle ribollenti passioni e della fatalistica rassegnazione degli abitanti.
All'ideatrice di questo blog e ai lettori suoi tutti, che con lei condividono il gusto della ricerca di piccoli momenti lievi e fascinosi, colui che scrive offre un sorriso delicato prima di accingersi a presentare la sua prospettiva, consapevole che in questo spazio virtuale le sue impressioni saranno accolte con sguardo libero dal confuso stereotipo più e più volte ripetuto.
Propongo per questa camminata letteraria di fare propria l'indicazione calviniana posta in esergo, di riconoscere nelle brume invernali dello scontento della nostra epoca la luce interiore, dei luoghi e delle persone, che possono permetterci di cessare l'inferno dei viventi e farci cogliere la poesia del quotidiano nell'inseguimento della felicità.
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Immaginiamoci flâneur lungo la Riviera di Chiaia a fantasticare sui palazzi d'epoca che si susseguono: con la nostra nobile distrazione stiamo cercando di ridurre l'intensità del disagio che cresce talvolta nel ritmo della Città, istituendo fantastiche ed infinite relazioni tra il suo passeggiare e le costruzioni, i rumori e i volti che lo sguarda cattura. Il nostro tragitto terminerà al civico 200, al Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortes, dai napoletani meglio conosciuta come Villa Pignatelli. Di fronte alla facciata della Villa neoclassica, la respirazione si fa più profonda alla vista del bel giardino all'inglese, si resta sedotti dall'equilibrio tra il disegno del parco e il portico colonnato della facciata principale in stile domus pompeiana.
La Villa fu donata allo Stato italiano nel 1952 dalla principessa Rosina Pignatelli, e in precedenza era stato la residenza partenopea dei Rotschild e ancora prima di Ferdinando Acton, iniziale costruttore del sito.
Negli interni si incontra il gusto raffinato, che ancora sopravvive, della famiglia Pignatelli: le sontuosità del salotto rosso, azzurro e verde sono un concentrato di raccolte di arti minori, una abbondanza di argenti, bronzi, porcellane, smalti e cristalli, armi e utensili da caccia, foto d'epoca dell'aristocrazia napoletana ed europea che frequentava le splendide sale decorate in stucco bianco e oro, antiche scuderie trasformate in Museo delle Carrozze. Ci si aggira tra le sale delle casa museo con circospezione, sedotti ma anche un po' imbarazzati nel nostro girovagare per la splendida tenuta: si è tra i pochi ospiti della giornata e ci seguono, con discrezione, i custodi delle varie sale; eppure il nostro indugiare di fronte a oggetti d'arte che hanno il sapore di aristocratiche felicità sembra quasi un'intrusione, ci si sente ospite inatteso e ficcanaso in questo magnifico ambiente, voyeur senza malizia che assumerà su di sé il senso di un epoca fuggita appena varcheremo la soglia d'uscita, e in strada, tra i rumori del traffico e gli ingombri di un cantiere della metropolitana, sentiremo forte il desiderio di scivolare ancora dalla modernità verso luoghi in cui sentire il battito del cuore del passato.



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 Per i nostri spostamenti seguiamo le tracce di viaggiatori di ieri e questa volta abbiamo come baedeker “Il Corricolo” di Alexandre Dumas, curiose impressioni di viaggio redatte dallo scrittore francese nella Napoli di metà Ottoccento: «Toledo è la via di tutti; è la via dei ristoranti, dei caffè, delle botteghe; è l'arteria che alimenta e attraversa tutti i quartieri della città; è il fiume in cui vanno a confluire tutti i i torrenti della folla. L'aristocrazia vi passa in carrozza, la borghesia vi vende le sue stoffe, il popolo vi fa la siesta. Per il nobile è una passeggiata, per il mercante un bazar, per il lazzarone un domicilio». Ancora oggi via Toledo, dal nome del Vicerè di Spagna, brulica come ai tempi di Dumas, seppure la grazia è scemata si può intravedere sempre una coppia di eleganti anziani a braccetto che passeggia, senza tralasciare mendicanti e punkabbestia di ogni risma, ciabattanti turisti che si ingozzano di pizze fritte, sempiterni monelli dei Quartieri che si divertono a fare esercizi ginnici sui tubi dell'impalcatura della Galleria in restauro. Ma noi ricerciamo gli echi della memoria fermandoci a Palazzo Zevallos Stigliano, una delle sedi delle Gallerie d'Italia che ospitano le collezioni d'arte di Intesa San Paolo.
La collezione partenopea del Palazzo raccoglie opere che vanno dal Barocco napoletano alla Scuola di Posillipo e Resina, ma senza dubbio il pezzo di maggiore bellezza e interesse è il “Martirio di Sant'Orsola” di Caravaggio (e ricordiamo che Napoli è città caravaggesca, imperdibili sono “Le sette opere di misericordia” al Pio Monte e “La flagellazione di Cristo” a Capodimonte). Fino al 23 agosto in questo sottovalutato scrigno di bellezza è ospitata una delle tre parti della mostra “La Grande Guerra. Arte, luoghi, propaganda” (le altre due parti sono visibili a Milano e Vicenza). Mostra davvero meritevole di visita, caratterizzata da un singolare allestimento in cui gli anni del primo conflitto mondiale sono raccontati attraverso l'estetica dei manifesti, immagini che avevano lo scopo di formare, o più correttamente manipolare, l'opinione pubblica, esaltare le masse con gli ultimi stilemi grafici di un Art Nouveau che dalla comunicazione commerciale è passata alla persuasione della causa bellica, al posto di abiti e champagne ecco soldati baldanzosi, volti contriti che invitano a partecipare al prestito nazionale, dee della vittoria in vezzose muliebri vesti Belle Époque.
Usciamo di nuovo fuori, passeggiando lentamente, quasi in maniera ovattata per conservare ancora per qualche minuto l'intensità del luogo, delle visioni, il ricordo che deifica la bellezza; tra il vocìo della folla si prende una decisione: continuare verso Montesanto, direzione mercato della Pignasecca, il più antico mercato alimentare all'aperto di Napoli, luogo dove il languore degli occhi troverà suo appagamento, dove essere portati via dalla ressa che cede alle grida di richiamo dei venditori diventa imprevisto atto di resistenza alle asettiche e plasticose compere effettuate negli shopping mall, e gli occhi di noi flâneurs contempleranno con piacere il modo in cui il luogo vibra di vita nell'istante, breve e sospeso, in cui il venditore di pesce svelerà all'acquirente ricette su come servire alici e triglie. 
S. M.



 

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